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I centri commerciali sono davvero un male incurabile?

La grande distribuzione, trasformando sempre di più i centri commerciali in bistrot, arene estive e consumistici amorfi luoghi di incontro, surroga oramai l’assenza di luoghi di aggregazione civica e quelle infrastrutture sociali che sono alla base di una sana Comunità. Un vero favore a quella classe politica compiacente che spesso e molto volentieri ricambia. La chiusura apparentemente indolore, possiamo dire fisiologica, avvenuta negli ultimi anni di ritrovi storici nel nostro quartiere è il chiaro segnale di un cambiamento coatto del nostro modo di socializzare.

Al confronto verbale e a volte animato all’interno di un circolo o in un centro culturale, abbiamo preferito la sicurezza di un luogo dove vigilantes privati tutelano la nostra persona di singoli consumatori seriali  fregandosene di  ogni concetto di Comunità.

Materia scabrosa perché un no ideologico a prescindere al proliferare di questi centri, pur sempre luoghi di lavoro,  può rivelarsi socialmente dannoso se non si comprende a fondo il concetto di Comunità.

Partiamo dal principio indiscutibile che la grande distribuzione uccide la maggior parte del piccolo e medio commercio di prossimità e divide quella stessa politica che in tempi passati e recenti l’ha favorita. Poi c’è anche chi oggi parla di iter avviati oramai inarrestabili (Piciocchi) come una sorta di male incurabile al quale dobbiamo rassegnarci. Oramai è fatta!  Pazienza.

La domanda allora è come cercare di salvare il salvabile con una difficile ma non impossibile convivenza? La politica deve intervenire con un “progetto di grande coesione sociale” che ponga rimedio al senso di solitudine presente nelle città che è sempre più evidente specie negli anziani.  

Serve rigenerare  quei luoghi e occasioni di aggregazione civica che in anni di sofferenze indicibili hanno da soli tenuto vivo un quartiere, infrastrutture sociali dove è possibile incontrarsi, servono iniziative di scambio e incontro tra le persone, servono gruppi di acquisto solidali, serve sussidiarietà e coesione sociale, serve confronto e discussione che non sia solo sulla qualità di un frutto o di uno yogurt e sulle offerte del giorno.

Per quanto un centro commerciale possa ancora portare con sé una idea di aggregazione oggi, il fenomeno “agorà” si è spostato al suo interno attraverso incontri brevi, fugaci e superficiali l’alter ego della socializzazione vera e propria e della vita di una Comunità

Adesso scusate ma la deve finire qui perché devo correre al Basko; oggi termina l’offerta sulla passata di pomodoro.

Se vedemmu

ilcornigiotto

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