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Perché “lo dice la scienza” di M. Maio

La proposta di costruzione di un forno elettrico per la produzione dell’acciaio a Genova, non sarebbe inquinante, lo dice la scienza.

Visto che “lo dice la scienza” sta diventando un ritornello per giustificare qualunque decisione politica, per lo meno andiamo a vedere cosa dice veramente la scienza.

Innanzitutto chi dice che non è inquinante? Gli ingegneri che si occupano della loro costruzione. Non sottovaluto la scienza ingegneristica e il loro studio dell’impatto ambientale, ma certo non sono medici, né epidemiologi, quindi quello che dice la scienza ingegneristica non serve a un fico secco rispetto all’impatto sulla salute, per non parlare dell’impatto sociale o psicologico (ma queste sono per qualcuno pseudoscienze, perché “lo dice la scienza” significa, il più delle volte, “la scienza a cui appartengo io” se non quella che muove gli interessi economici più ingenti).

Ma torniamo alla scienza, quella forte, vera, quella medica. Parliamo di numeri.

Un forno elettrico ad arco produce circa 1500 tonnellate di anidride carbonica al giorno, come 334 piscine olimpioniche piene di gas, o come 10000 auto che viaggiano per 1000 km ciascuna. Ogni giorno. Per assorbire un impatto del genere ci vorrebbe una foresta grande come l’intera provincia di Genova.

Si dice che non inquini come il forno a caldo. In realtà inquina diversamente, ma inquina e perfino in modo più subdolo.

Quello elettrico, moderno, produce infatti una grande quantità di polveri fini (PM10, PM2.5) che contengono metalli pesanti. L’esposizione cronica causa malattie respiratorie (asma, bronchiti), malattie cardiovascolari (ictus, infarti) e tumori ai polmoni. Gli ingegneri rassicurano: i moderni impianti possiedono sistemi di abbattimento di queste polveri fini.

Vero, ma solo in teoria.

I principali problemi nei sistemi di filtrazione delle polveri fini consistono infatti in non infrequenti malfunzionamenti tecnici (rottura o usura delle maniche filtranti, intasamento dei filtri, corrosione delle tubature) o causati da emissioni anomale o non captate, o ancora a causa della gestione scorretta delle polveri raccolte. Chi garantirebbe che tutto questo, nella pratica, non avvenga? Le preoccupazioni credo siano per lo meno legittime. D’altra parte in Italia, come in altri paesi, diverse acciaierie sono state già multate per emissioni fuori norma dovute a manutenzioni carenti. Ma che ce ne facciamo di una multa quando la salute è già compromessa?

E poi, mettiamo anche che tutto venga fatto con una perfezione svizzera, rimane il fatto che le polveri fini pure filtrate sono un fattore causale di malattia.

Cosa dice la scienza?

Ecco un esempio di conflitto tra scienza e politica, dove la seconda sottomette la prima a suo comodo: esistono dei limiti di legge per l’emissione delle polveri fini, dice la politica. A questi limiti i privati si debbono attenere. Bene, in teoria. Ma in pratica, quali sono questi limiti? Il limite UE per le polveri fini PM10 è 40 µg/m³ come media annuale, ma l’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) raccomanda 15 µg/m³. Per PM2.5, il limite UE è 25 µg/m³, ma l’OMS dice che già oltre 5 µg/m³ ci sono effetti negativi sulla salute. Significa che le norme ambientali fissano dei limiti massimi consentiti, ma questi non equivalgono a soglie di assenza di rischio e sono spesso il risultato di compromessi politici ed economici, non solo scientifici.

Questo dice la scienza, approfondendo un pò.

Infine, la si chiama acciaieria “di Cornigliano” perché è nel territorio di Cornigliano che si vuole costruire, ma questa è una visione miope e forse serve ad arginare il problema: in condizioni normali e con impianti a norma, infatti, la maggior parte delle polveri si deposita entro 10–30 km, e una frazione fine di PM2.5 può viaggiare addirittura oltre i 50–100 km. Quindi l’acciaieria produrrebbe i suoi effetti sulla salute di tutti gli abitanti di Genova, da Nervi a Pegli.

Queste sono solo alcune considerazioni per “amor di scienza”, non propone una soluzione, una alternativa, una proposta politica.

Ciò che è oggettivo non può essere nascosto, svalutato, storpiato, e per di più nel nome della “scienza”. In quanto psicologo e uomo di scienza questo mi preoccupa perché disabitua la coscienza a porsi domande e a formulare giudizi, promuovendo un’impotenza non già nell’agire quanto nel pensare. Il risultato non può che essere un’endemica dissociazione psichica dalla realtà in cui si vive o, in caso contrario, una depressione collettiva.

Una discussione scientifica bisogna che coinvolga la scienza medica, psicologica e sociale, oltre che quella ingegneristica ed economica. Se invece poi le decisioni sono state già prese allora è davvero tutto inutile, ma almeno non si usi la scienza per giustificarle.

Marco Maio

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