Arrivai a Cornigliano nel 2000, da poco laureato, accolto da un quartiere contraddittorio: l’aria pesante di polveri e fumi, ma anche un mosaico di culture, voci, incontri.
Quando chiuse l’altoforno sembrava che l’energia potesse esplodere in mille colori. Non c’era nessuno che rimpiangesse il passato, solo la preoccupazione per il futuro; ma prima di tutto ricordo il sollievo di tutti e la scoperta di un quartiere nuovo, pulito e ricco di progetti.
La manifestazione del 4 settembre ha dimostrato che Cornigliano ha ancora un’identità, ricorda il passato e desidera un futuro, per sé, per la memoria dei propri cari, e per il meglio che si vuole riservare ai propri figli e nipoti. Cornigliano ha un’identità, non è un luogo senz’anima. Fare progetti sulla carta, “un forno elettrico qua, tre là”, non è in sintonia con la psicologia del territorio. Un luogo è come una persona, ci devi parlare.
Siamo così abituati all’idea di un’economia sopra ogni cosa che la politica si sente giustificata a scegliere senza ascoltare la storia dei luoghi e delle persone. Certo, per ascoltare ci vuole tempo, e non ce n’è, ma quanto tempo si è già perso, e non certo per colpa dei cittadini?!
La politica si sa, non è un mestiere facile. Per aiutarla ci vuole l’intelligenza “dal basso”.
Ci vuole prima di tutto un’informazione-scientifica-condivisa, come si sta facendo a proposito dell’EAF, e una nuova “coscienza di classe”.
A questo proposito può essere utile che emerga un collage di racconti autobiografici, affinché il luogo dimostri la propria identità attraverso le storie personali, quelle dei propri cari, di chi ha vissuto e vive a Cornigliano.
Ogni racconto scritto è una voce, reale, personale, che si leva dall’anonimato dei numeri dell’economia.