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Questione ex ILVA. Con una classe dirigente pavida, cieca e autoprotezionista Genova e la Liguria non vanno da nessuna parte.

La tristezza dell’incoerenza e di una politica poco coraggiosa è oggi evidente più che mai. Chi amministra è apparso empirico, improvvisato, di fronte al problema della chiusura dell’ILVA. Nessuno parla seriamente di ricollocare i mille lavoratori, di garantirne un accompagnamento reale verso un nuovo lavoro o un pensionamento dignitoso. No: sembrano piuttosto affezionati all’idea di ampliare o ricreare acciaierie a Genova, come se il tempo non fosse passato, come se la città fosse ancora costretta a dipendere da modelli industriali di mezzo secolo fa.

Genova, una città che soffre da anni il susseguirsi di amministratori ciechi e poco lungimiranti, avrebbe invece tutte le potenzialità per vivere di cultura, innovazione, turismo sostenibile, ricerca e mare. E invece resta imprigionata in scelte politiche che guardano al passato e ignorano completamente ciò che sta accadendo alla salute dei cittadini.

La mortalità in Liguria rimane tra le più alte d’Italia, con un carico particolarmente pesante di tumori e malattie cardiovascolari, che costituiscono le principali cause di morte. Questa realtà dovrebbe imporre prudenza, visione e responsabilità. Invece la politica sembra incapace di leggere i dati, incapace di capire che in una regione già fragile dal punto di vista sanitario non è accettabile continuare a proporre industrie pesanti all’interno del tessuto urbano.
In una terra dove sempre più cittadini sono costretti ad andare a curarsi fuori regione, dove i pronto soccorso collassano e gli ospedali vengono indeboliti uno dopo l’altro, la priorità dovrebbe essere rafforzare la sanità, non aggiungere potenziali fonti di rischio.

Le acciaierie, se devono esistere, vanno collocate fuori dalla città, in aree idonee, moderne e sicure. Non si può continuare a sacrificare la salute pubblica per un’idea antiquata di sviluppo. E non è più accettabile che a pronunciarsi sul destino di Genova e della Liguria siano persone che hanno prodotto debiti, gestioni opache, scelte illecite o devastanti, senza conoscere davvero cosa sta accadendo negli ospedali liguri che stanno contribuendo a demolire.

Fa male vedere anche i sindacati prestarsi a queste politiche cieche, appoggiando modelli industriali del passato invece di difendere la salute, la sicurezza e il futuro dei lavoratori e dei cittadini.

Genova e la Liguria meritano una classe dirigente che guardi avanti, che protegga la vita e non solo l’economia a breve termine. Non possiamo continuare a vivere in una città dove manca tutto tranne l’inquinamento, e dove il diritto alla salute si sta trasformando in un privilegio per pochi.
In molte regioni europee che ospitano forni elettrici o aree industriali a emissioni ridotte ma continuative, si osserva un aumento di alcune patologie respiratorie e cardiovascolari, soprattutto nelle zone urbane ad alta densità abitativa. La ricerca scientifica ricorda una verità essenziale: anche l’industria più “moderna” deve essere pianificata lontano dalle città, perché qualunque impianto ad alta intensità energetica porta con sé un impatto ambientale che non può essere ignorato. Genova vuole smettere di morire e di spegnersi. Vuole respirare, vivere, crescere. Non può più permettersi di essere una città sacrificata, né una comunità trattata come terreno di sperimentazione per industrie pesanti che non appartengono più al suo futuro.
Perché con un’acciaieria dentro o accanto alla città, anche quel poco turismo che finalmente sta tornando — dopo anni di abbandono politico e cecità amministrativa — verrebbe soffocato di nuovo. E Genova, la Genova vera, quella laboriosa, quella che resiste, quella che ama il mare e la luce, finirebbe per spegnersi un’altra volta, lentamente, in silenzio, senza che nessuno si prenda la responsabilità.

Ma questa volta non possiamo permetterlo. Questa volta la città chiede di vivere, non di sopravvivere. Chiede rispetto, chiede coraggio, chiede decisioni nuove.
E se la politica non è all’altezza, sarà la città — sarà la sua gente — a ricordarglielo. Genova non è fatta per morire: è fatta per rialzarsi. E non accetterà più scelte che la condannano al declino.

se vedemmu

(foto dal web)

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