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Fincantieri, l’elefante nel salotto di casa Sestri. By L. Viari

Non è possibile parlare di Sestri senza considerare la presenza di Fincantieri e della sua ricaduta su tutto il territorio del quartiere ed oltre. La cosa che rasenta l’allucinante è che al di la delle frequentazioni ai vari di navi, sembrerebbe oscura quella che è la programmazione di questa azienda rispetto al territorio su cui incide in maniera diretta, e la cosa che stupisce ulteriormente è che nessuno parrebbe intenzionato a chiederlo.

Dai tempi del salvataggio dei cantieri, al quale ha partecipato convintamente tutta Sestri, circa quattordici anni fa, sul tessuto urbano sestrese c’è stato un effetto pari al meteorite che ha portato all’estinzione dei dinosauri.

Si è decisamente impoverito il tessuto commerciale e portato il mercato immobiliare a schizofrenie sugli affitti e deprezzamento di quegli insediamenti caratterizzati dagli investimenti operai degli anni 50 e 60 del secolo scorso che ha portato alla casa di proprietà operai che animavano le aggregazioni di partito, religiose e di categorie (cooperative edilizie), per rammentare le più significative ma non le uniche. Analogamente c’è stata una contrazione dei servizi erogati, o veri e propri tagli come nella sanità o nei trasporti.

A fronte di queste mutazioni che penalizzano fortemente chi dagli anni 50 ha contribuito alla crescita di tutta la delegazione, non è dato sapere ad esempio se il nocciolo del problema è il ribaltamento a mare o più semplicemente un ampliamento, quindi senza alcuna restituzione al territorio.

Diventa evidente che il forte afflusso di lavoratori per soddisfare le esigenze produttive di Fincantieri senza alcun elemento di governo del fenomeno sul territorio, determina problematiche che deteriorano i rapporti sociali fra tutti gli attori della vita sociale e lavorativa del quartiere, e non sono pensabili soluzioni che ghettizzino e ledano la dignità dei lavoratori, di qualsiasi etnia, provenienza o religione professino, come ci insegna la nostra Costituzione.

Se qualcuno pensa di risolvere in chiave “dopolavoristica” le contraddizioni in cui è piombata Sestri credo che soffra di uno strabismo che impedisce di guardare la compatibilità ambientale e sociale sul territorio di una azienda che dovrebbe avere un impatto simbiotico e non di fagocitante di ciò che è esterno all’azienda.

Aver trascurato colpevolmente in questi anni questi rapporti trasforma quella che è una emergenza sociale in una presunta “emergenza sicurezza” o “percezione di insicurezza” che non viene codificata nella mancata erogazione di servizi da parte delle istituzioni ma nella presunta sottrazione di quei servizi da parte dei lavoratori stranieri.

Non è un caso, se una mozione presentata in municipio nel maggio del 2021 da un consigliere di maggioranza sui tagli operati nella sanità locale, oggi con il bacino d’utenza decisamente allargato lamenta mancanze ben più accentuate ed è evidente come le scelte scellerate a favore della grande distribuzione ha accelerato un processo di impoverimento del tessuto commerciale e della sua qualità.

A fronte di tutto ciò forse è venuto il momento di rivendicare le risposte sul futuro del nostro territorio, senza preclusioni ideologiche e senza derive populiste, senza ghettizzazioni e senza paure indotte.

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