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C’era una volta a Cornigliano. By A. Di Lorenzi
“C’era una volta a Cornigliano“, è indubbiamente un titolo suggestivo che potrebbe essere usato per moltissime epoche vissute dal nostro quartiere. Ma per chi scrive, questo “C’era una volta,..” ha un peso particolare e del tutto personale che non può prescindere da un bel niente. “C’era una volta a Cornigliano“, e la “volta” è quella mia e di tutti i miei coetanei che hanno vissuto “quella” Cornigliano. Quale?
Quella degli anni ’70, naturalmente. Una Cornigliano un po’ grigia, incazzata e piena zeppa di trabocchetti e piccole trappole nelle quali dovevi stare molto attento a non cadere, trappole sistemate qua e la, ad ogni angolo del quartiere. Aver vissuto quella Cornigliano nel pieno turbine dell’adolescenza è stasto un po’ come aver cavalcato un cavallo imbizzarrito. Intendiamoci, non è per trovare pietose giustificazioni ma, quando sei adolescente non hai ancora l’esatta misura dei rischi, degli eventuali pericoli che camminano fianco a fianco assieme a te, per Via Cornigliano, con le mani ficcate nelle tasche e lo sguardo abbassato. Era una Cornigliano complicata.
I confini con le cose erano sottilissimi e ti mancava l’esatta percezione di dove finisse il cosiddetto “scemelismo” e dove iniziasse la delinquenza vera e propria. La musica rock teneva per mano i tuoi pensieri e spesso e volentieri, riusciva perfino ad “infinocchiarli”. Genesis, Grateful Dead, Pink Floyd, mamma mia che confini sottili.
Quegli anni poi, erano minati dal pericolo della droga (eroina, ndr), che era ovunque, abilmente mascherata che sembrava quasi non esistere. Era per strada, era in prossimità dei semafori, era al Bar e perfino nel portone di casa tua. Se mi volto indietro mi verrebbe da fare il conto di quanti amici ho perduto per colpa di questa maledetta bastarda, che si insinuava fra noi ogni santo giorno che scendeva su Cornigliano: al Ber Setti, al Bar Giuliano, sul biliardo, nel flipper e perfino nel Jukebox fra “A10: The Doobie Brothers-Listen to the music” e “F21: Elton John-Rocket Man”. Era li e nessuno la vedeva o faceva finta di non vederla. Maledetta.
Non so nemmeno io come ho fatto, stupido com’ero (e come sono) a non cadere in questa trappola: Casualità? Fortuna? Vigliaccheria? Tutto è possibile. Volevamo imitare i grandi, quelli con qualche anno più di noi, volevamo essere dei “duri” per hobby o per moda. Com’era difficile Cornigliano. La chitarra mi aiutò moltissimo, la chitarra riusciva a tenere al loro posto tutte le minacce continue di quella Cornigliano difficile. “Do maggiore”, “Re minore”, “Fa diesis” mentre Marco, Luciano, Giorgio e ancora Marco se ne andavano percorrendo a manetta Via Cornigliano e prendendo il volo per sempre. Poi, una bella sera vai a dormire e quando ti svegli, l’adolescenza è finita e scopri che Cornigliano non fa poi così tanta paura.