Dare un giudizio sulla vicenda, (soprattutto sulla recente situazione che si é venuta a creare dopo che la Corte di Assise di Milano ha sentenziato la chiusura dell’altoforno di Taranto, poi messo in quiescenza minima in attesa della sentenza oramai prossima della Corte di Appello di Milano, dopo che é partito il ricorso) pare fin troppo facile, ma ci sono punti oscuri, domande inevase che da troppo tempo non hanno risposte, e la cosa é quantomeno sospetta.
Gli scenari nel frattempo sono cambiati, la gara in coso per l’affidamento di quel che rimane dell’ILVA, passata sotto il ferro da stiro di Arcelor-Mittal con l’ultimo Amministratore delegato Dott.ssa Morselli (laurea in Matematica Università di Pisa), su cui sono in ballo strascichi legali non di poco conto con il Governo Italiano, e le marce indietro di Jindal e Flacks hanno aperto nuovi scenari, sollecitando l’interessamento di una prestigiosa cordata italiana, piena di buona volontà fino a prova contraria.
Poi arriva l’atto inconsulto da pistolero del Far West, l’annunciata chiusura di altoforno (Taranto) e del “freddo” (Cornigliano e Novi) da parte della struttura commissariale straordinaria che sta reggendo (si fa per dire) le sorti di Acciaierie d’Italia SpA, l’ultima versione all’amatriciana del povero gruppo industriale che ne ha passate troppe da quando IRI-FINSIDER ha avviato un disgraziato processo di privatizzazione di Italsider (mettendo Genova, e non solo, in ginocchio), azienda da troppi anni passata nelle mani peggiori di più governi e non solo.
Ma arriviamo al dunque. La vivacità del Sindacato CGIL-FIOM e FIM-CISL e UILM con e la corale solidarietà degli Enti Locali a tutti i livelli r dei genovesi, ha decretato l’immediata mobilitazione. Ne sono scaturite decisioni importanti come quella di rimandare temporalmente la chiusura totale degli stabilimenti prevista in origine a metà novembre.
E’ evidente che al momento si aspetti la pronuncia del Tribunale che determinerà le sorti dell’altoforno di Taranto (cicli a caldo), l’atto inconsulto di decretare le chiusure é stato ripensato, tuttavia l’orizzonte é sempre fosco, le chiusure sono state solo rimandate tra fine 2026 e inizio 2027 (la concomitanza delle feste natalizie di solito ingolosisce), e francamente l’entusiasmo emerso dalle sigle sindacali, non lo condivido per nulla. Attendere ceto, ci sono buoni motivi, ma i nodi sono tutt’altro che sciolti.
Intanto non si capiscono le ragioni per le quali l’azienda non sia da anni sul mercato per acquistare semilavorati, bramme per Taranto e coils per Genova e Novi Ligure, e alla possibile chiusura dell’altoforno si faccia trovare impreparata, una cosa oltre che inaudita, contraria a qualsiasi regola di buona conduzione aziendale (con la diligenza del buon padre di famiglia come recita il Codice Civile), e tutto sommato meschina.
C’é da registrare la disponibilità di molte aziende a fornire semilavorati all’ex-ILVA e addirittura a fornirli anche in “conto lavorazione” (trasformazione), in attesa di un ingaggio nella compagine societaria se ce ne saranno le condizioni. Resta da chiedersi perché si é aspettato tanto, un j’accuse potente come una bomba atomica sulla testa di governo e struttura commissariale.
In conclusione, per mio conto non condivido alcun entusiasmo per il risultato raggiunto dalla vertenza sindacale, siamo di fronte ad una poco significativa tappa di un lungo percorse infestato da alligatori, squali e piraña, ed ancora non sappiamo quale sia la traccia del futuro dopo troppi anni che la questione ex-ILVA reasta irrisolta e nelle mani sbagliate. l’incertezza regna sovrana.
La madre di tutte le domande, e di cui in troppi nessuno escluso conoscono la risposta, ma tacciono dandosi una furbesca non dichiarata consegna al riguardo, é se le trasformazioni di Cornigliano e Novi stanno in piedi, quale sia il break-even e la configurazione produttiva sostenibile (quantità e qualità). Tutti si ergono a fare i medici o gli stregoni al capezzale, troppa chiacchiera, ma le risposte non escono, la viscida omertà é sovrana.
