Esattamente un anno fa Bucci accoglieva con favore la bozza del piano di “de carbonizzazione” trasmessa dal Governo che confermava l’impegno della regione da lui governata verso il rilancio industriale dell’impianto di Cornigliano con la previsione della costruzione di un forno elettrico (EAF) con una capacità produttiva di circa 2 milioni di tonnellate annue. Poi qualcuno gli faceva sapere che il carbone a Cornigliano non c’era più da vent’anni e che dai forni EAF non sarebbe venuto fuori il mughetto e allora alla solita favola dell’acciaio green aggiungeva che per entrare nel sito produttivo di Cornigliano con attività realmente green non siderurgiche c’era un piano “B” e la fila di decine di imprenditori interessati e così, da buon paraculo, accontentava tutti.
A Taranto, come a Cornigliano, grazie alla Magistratura mossa da cittadini non militanti, comitati e qualche politico che opportunisticamente non si comprende bene da che parte stia, la storia si ripete e il ciclo integrale a caldo viene inesorabilmente chiuso e Taranto torna a respirare aria e non benzene, ossido di carbonio, azoto e altre porcherie.
Il danno è oramai fatto, è vero, ma per i tarantini ci auguriamo tutti possa iniziare una nuova vita. Noi ci siamo passati e stiamo ancora lottando.
Ma veniamo al “nuovo” Bucci, riveduto e corretto e alla neo sindaca Salis che all’unisono ribadiscono in questi giorni che lo stabilimento di Cornigliano è strategico per la siderurgia italiana e deve continuare a produrre (e su questo siamo tutti d’accordo; ma cosa?) “perché bisogna preservare competenze e tutto il patrimonio industriale”. Le stesse parole sentite in passato da chi si opponeva alla chiusura del ciclo a caldo a Cornigliano e ai quali però la Magistratura ha fatto cambiare idea.
Conclude Bucci: <Regione Liguria continuerà a lavorare in piena collaborazione con Governo, organizzazioni sindacali e tutti i soggetti coinvolti perché l’obiettivo è sempre quello di salvaguardare il lavoro e il futuro del polo siderurgico di Cornigliano. Oggi più che mai servono responsabilità, dialogo e unità d’intenti>. Ma quale unità di intenti, la loro?
Non una sola parola sul futuro del quartiere trattato come se questi fosse tutt’uno e insignificante appendice di una fabbrica che molto ha dato ma molto di più a tolto ad una numerosa comunità. Sara forse perché non siamo zona residenziale?
Se vedemmu