ANCHE LE ARCHISTAR DORMONO (A VOLTE)
Seguo il percorso architettonico di Renzo Piano da una vita intera, con un’attenzione che parte da molto lontano. Lo seguo da quando, giovanissimo e ancora libero dalle catene del suo stesso mito, costruì la casa Garrone, nell’alessandrino. Era il 1969, ed emergeva un Piano sperimentatore, artigiano delle forme, capace di immaginare moduli abitativi a pianta libera che sfidavano le convenzioni con una freschezza intellettuale rara.
Oggi, guardando all’intero arco della sua immensa carriera, credo sia giunto il momento di un’analisi priva di timori reverenziali: pur riconoscendogli un talento indubbio, considero Renzo Piano un architetto per molti versi sopravvalutato.
Sia chiaro: il genio, quando c’è, si vede e va celebrato. Il Centre Pompidou — il Beaubourg — resta un’opera di rottura epocale, un gesto sfrontato e bellissimo che ha cambiato per sempre il concetto stesso di museo. Ma non dimentichiamo che quell’energia iconoclasta fu il frutto di un irripetibile sodalizio con Richard Rogers, in un’epoca in cui osare era quasi un imperativo morale. L’altro suo vertice, a mio avviso, è la California Academy of Sciences di San Francisco: un colpo di genio assoluto, in cui l’uso della luce naturale e l’integrazione materica con il paesaggio — penso al tetto vivente — raggiungono una sintesi poetica e funzionale perfetta.
Ma tolte queste vette eccezionali, il resto della sua sterminata produzione non mi comunica nulla di speciale. Nel tempo, il “Metodo Piano” si è cristallizzato in una cifra stilistica rassicurante, un manierismo high-tech fatto di acciaio, vetro e ineccepibile pulizia formale che, tuttavia, appare spesso seriale. Manca quel guizzo imprevedibile, quell’anima capace di far vibrare un luogo: c’è la perfezione ingegneristica, ma latita il brivido dell’emozione spaziale.
E questo ci porta a noi. Ci porta a Genova.
Se guardiamo al progetto del Waterfront di Levante, l’amarezza per l’occasione perduta è profonda. Usando una lente fantozziana — l’unica capace di sintetizzare certe tragedie urbane — non si può che definirlo “una cagata pazzesca”.
L’intento originario era nobile e atteso da decenni: abbattere i muri della vecchia Fiera e restituire finalmente il mare alla città. Un’operazione di ricucitura urbana fondamentale per una Genova che ha storicamente un rapporto complesso, quasi negato, con il suo affaccio sull’acqua. Ma ciò che sta sorgendo sotto i nostri occhi tradisce quella promessa.
Quello che doveva essere un respiro collettivo, un grande vuoto urbano a disposizione dei cittadini, ha assunto i contorni della consueta, massiccia operazione immobiliare. I volumi imponenti e quell’estetica nautica fin troppo didascalica — un richiamo alle forme delle navi che risulta quasi posticcio — creano un distacco netto dall’anima vera di Genova. Si rischia di partorire un’enclave di lusso, un corpo estraneo calato dall’alto, che non dialoga con la stratificazione storica, ruvida e complessa del capoluogo ligure, ma vi si sovrappone con un’eleganza fredda e omologante.
I latini dicevano “Quandoque bonus dormitat Homerus”. Anche il grande Omero, a volte, prende sonno, abbassa la guardia, perde l’ispirazione. È una regola umana che non risparmia le Archistar. Il problema sorge quando il feticismo per la firma prestigiosa ci impedisce di esercitare il nostro diritto di critica, portandoci ad accettare passivamente progetti che segneranno — e forse sfigureranno — il volto delle nostre città per il prossimo secolo.
Un grande nome non è garanzia di un’anima. E a questo Waterfront, purtroppo, l’anima manca del tutto.