Mentre l’industria siderurgica mondiale è schiacciata dall’eccesso di acciaio sul mercato e gli impianti lavorano ben al di sotto della loro capacità, Taranto continua a essere tenuta artificialmente in vita con i soldi dei cittadini. La fabbrica produce sempre meno acciaio, perde decine di milioni ogni mese e sopravvive soltanto grazie a continui interventi dello Stato. L’ultima trovata del governo Urso è l’ennesima iniezione di denaro pubblico: altri 100 milioni di euro che si aggiungono a quelli già bruciati negli ultimi mesi. Ma la parte più scandalosa non è nemmeno questa.
Perché se davvero si crede che l’azienda abbia un futuro, che sia vicina alla vendita e che questi soldi servano a traghettarla verso il rilancio, perché c’è bisogno di proteggere chi quei soldi li spende? E invece accade proprio questo: il governo ha deciso di mettere al riparo i commissari da eventuali contestazioni della Corte dei Conti. In pratica, se quei milioni finiranno nel pozzo senza fondo che da anni divora risorse pubbliche, diventerà molto più difficile chiedere conto a chi ha autorizzato e gestito quella spesa.
È la fotografia perfetta del fallimento del ministro Urso e del governo Meloni. Da tre anni annunciano investitori, accordi imminenti, soluzioni definitive e rilanci industriali. Da tre anni arrivano soltanto prestiti pubblici, decreti speciali, cassa integrazione, deroghe e scudi per chi amministra il disastro. Senza considerare i drammi sanitari e la strage continua di innocenti.
Taranto continua a pagare il prezzo più alto: quello ambientale, sanitario e sociale.
Se una fabbrica ha bisogno di essere mantenuta con centinaia di milioni pubblici, se nessuno la compra, se rischia (noi ce l’auguriamo!) la chiusura dell’area a caldo e se chi la gestisce chiede perfino di essere protetto dalle proprie decisioni, allora la domanda è una sola: quanto ancora dobbiamo finanziare questo FALLIMENTO prima di avere il coraggio di chiamarlo con il suo nome?
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