Cornigliano ligure 29 luglio 2025
Cornigliano e Taranto, stesso fronte: il diritto al futuro contro l’industria imposta
Hanno scritto una lettera alle donne di Genova, da madre a madre, le attiviste dell’associazione Genitori Tarantini. Una lettera sofferta e profondamente civile, in cui si racconta l’esperienza di chi ha pagato il prezzo umano della siderurgia a caldo: “non sappiamo più come si vive senza paura”, scrivono. Taranto è stata indicata dalle Nazioni Unite come “zona di sacrificio”, l’unica in Europa. E ora guardano con inquietudine a Cornigliano, dove si profila l’ipotesi di costruire un nuovo forno elettrico ad arco da 2,5 milioni di tonnellate annue, nel cuore di un quartiere già segnato da una lunga storia di servitù industriali.
Si tratterebbe di un ritorno di fatto alle lavorazioni a caldo, nonostante una battaglia cittadina durata anni ne abbia portato alla chiusura. Quel risultato fu sancito da un accordo di programma e da una sentenza del TAR che ha ribadito l’impossibilità di reintrodurre impianti simili in un contesto urbano come quello genovese.
A partire da una riflessione pubblica del sociologo del lavoro Raffaele Bagnardi, che ha posto l’attenzione sul legame profondo tra Taranto e Cornigliano, è nato un confronto con il Comitato No Forno Elettrico Genova. Bagnardi ha presentato le due realtà come simboli di una stessa ferita industriale, unite dalla necessità di ripensare il rapporto tra territorio, salute e lavoro. Tuttavia, nella sua analisi iniziale, la situazione attuale di Cornigliano appariva quasi superata, come se la chiusura dell’altoforno avesse messo fine ai rischi.
Il Comitato ha risposto portando elementi precisi: l’area è ancora oggi gravata da molteplici impatti, tra cui un impianto per il trattamento dei fanghi industriali, il petrolchimico di Multedo, un traffico portuale intenso e un’incidenza elevata di patologie correlate all’inquinamento. Sono state richiamate anche numerose autopsie che confermano i danni sanitari persistenti e la recente sentenza della Cassazione che riconosce i reati ambientali come reati climatici, perseguibili anche contro soggetti privati.
Il confronto ha avuto un seguito importante: Bagnardi ha accolto le osservazioni del Comitato, riconoscendone la forza politica e culturale. Cornigliano e Taranto, ha scritto, non sono due casi isolati ma rappresentano l’orizzonte critico su cui si misura il futuro del Paese. L’alternativa è tra un modello industriale imposto e un nuovo paradigma che parta dai territori, dal sapere locale, dalla partecipazione reale. Non più “acciaio o salute”, ma una riconversione autentica, fondata su giustizia ambientale e sociale.
Il Comitato No Forno Elettrico Genova accoglie e rilancia questo invito. La mobilitazione continuerà, perché la transizione ecologica non sia lo schermo per nuove forme di colonialismo industriale, e perché le scelte sul futuro non vengano calate dall’alto, ma nascano dal confronto aperto con le comunità.
Comitato No Forno Elettrico Genova
Link articoli di riferimento
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