Ho passato ore e ore a riflettere sul verbale di Intesa di ieri. Ho letto molte analisi, molte opinioni prima di esprimermi. Ho fatto telefonate a chi ha competenze per comprendere a fondo. Ho letto e riletto quelle 876 parole del verbale di intesa. E sono giunto a una conclusione: quelle 876 parole non cambiano nulla. Poiché si prospettava un fallimento politico e mediatico che avrebbe anche pregiudicato la gara per cedere gli impianti, era necessario per il governo dare un’immagine di coesione con gli enti territoriali per non far andare deserta la gara di aggiudicazione dello stabilimento. Parlo di gara di aggiudicazione perché è ormai chiaro che non si tratta più di una vendita. Un acquirente si è presentato offrendo 1 euro (sì, proprio così: un euro). Altri si potrebbero presentare con offerte più consistenti richiedendo in cambio impegni di investimento statali per la decarbonizzazione. Quindi si prospetta una decarbonizzazione pagata con i soldi dei contribuenti e non con quelli degli investitori. Se a questo si aggiunge che il grande assente è il piano industriale – come ha opportunamente fatto notare la Uilm – siamo di fronte ad una colossale operazione pubblicitaria che nasconde il nulla: quella firmata ieri è stata una sapiente operazione pubblicitaria confezionata da esperti della comunicazione e corredata da un verbale di intesa che ha effetti pratici pari allo zero. Neanche un bullone del nuovo stabilimento decarbonizzato sarà avvitato con quelle 876 parole prive di efficacia. Esse definiscono una bolla di convinzioni sottoscritte dai firmatari. È una sorta di atto di fede, di preghiera laica nell’attesa di un Salvatore che ancora tarda a palesarsi e che forse non si presenterà mai. Siamo di fronte allo psicodramma teatrale di un “Aspettando Godot”, una recita di rassicurazioni sociali puramente verbali da cui i sindacati si stanno smarcando, non senza ragioni valide. E da cui ci smarchiamo anche noi con le nostre ragioni, lasciando chi lo ha firmato in compagnia delle sue illusioni, così ben descritte in un linguaggio giuridichese tanto ben scritto quanto inefficace ai fini delle sue conseguenze pratiche. Conseguenze che rimandano al post 15 settembre nel caso in cui si presentasse qualcuno alla gara di cessione dell’ILVA. La grande loro paura – parlo dei firmatari del verbale di intesa di ieri – è che non si presenti nessuno alla gara. E in questi casi la paura si esorcizza presentando dichiarazioni solenni e condivise, come quando si sta perdendo una guerra e si firmano improbabili proclami di vittoria. Ci manca poco che i firmatari parlino della Patria. Sono cose che abbiamo già visto in ambito militare e io ho imparato, dallo studio della storia, a distinguere la propaganda dalla realtà. Ma perché vi scrivo queste cose? Perché sono ottimista. Ragionevole ottimista. Voglio invitarvi a resistere. E invito anche voi ad essere ottimisti.
Perché il documento di ieri non vale nulla.
Perché noi continueremo ad andare avanti ricorrendo al TAR. Perché voi ci state supportando con uno slancio mai visto. Perché noi abbiamo la ragione e il diritto dalla nostra parte, e un’immensa volontà di giustizia nei nostri cuori. Perché noi siamo preparati, più preparati di altri che ondeggiano. Perché noi abbiamo gli esperti e abbiamo le competenze per il cambiamento. Perché noi siamo l’unica ragionevole speranza per questa città.
Perché noi vinceremo.
E loro saranno sconfitti da quella realtà che ieri hanno tentato di esorcizzare con 876 parole. Potranno ritardare la loro sconfitta ma non potranno avere la meglio.