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Protestare è legittimo se serve a creare e proteggere qualificate e sane generazioni future. Ma è sempre così?

Ci sconforta vedere operai costretti a difendere un posto in un’azienda ormai obsoleta accanto a zone ancora contaminate dall’amianto. Ci sconforta sapere che la classe politica si stia impegnando per mantenere mille persone in un lavoro che non potrà più garantire né occupazione, né sviluppo e salute.

Perché non aiutare questi lavoratori a formarsi e a traghettarsi verso nuove professioni?  Perché non investire nel futuro della città, invece di continuare a sostenere il passato? L’ottusa volontà di tenere Genova e la Liguria intera inchiodata a modelli industriali superati spinge via giovani e lavoratori qualificati.

E allora perché bloccare la città come se fosse in assetto di guerra con bombe carta e creando tensioni?

Una protesta, seppur legittima, non deve trasformarsi in guerriglia urbana: è un’escalation pericolosa e una mancanza di rispetto verso chi la guerra la vive davvero.

Intanto la Liguria paga un prezzo altissimo anche nella sanità. La migrazione sanitaria, cioè il ricorso da parte di molti liguri a strutture fuori regione, crea un deficit gravissimo: nel 2023 la mobilità sanitaria passiva è costata oltre 149 milioni di euro, con un saldo negativo per la regione pari a circa 73,5 milioni di euro mentre il 7,8% delle famiglie liguri ha rinunciato a una o più prestazioni sanitarie per tempi d’attesa o mancanza di servizi adeguati.

Perché la Liguria continua a perdere risorse e a spingere i suoi cittadini a curarsi altrove?

Se mai dovessimo fermare la città, dovremmo farlo per rivendicare il diritto alla salute, non per lotte di categoria che dimostrano soltanto l’assenza di una più ampia visione politica.

Ma davvero vogliamo difendere un lavoro che tra qualche anno costringerà chi lo svolge ad affrontare cause per patologie professionali e conseguenti esodi? (Amianto insegna). Non è un fallimento annunciato?

Perché le aree ex ILVA, come si sta procedendo ad Erzelli, non sono state trasformate in un distretto di imprese tecnologiche, scientifiche, innovative che guardano al futuro? Perché, invece, continuare a investire milioni sull’Ilva di Cornigliano, ormai superata?

Questa non è una politica a servizio di tutti.

La classe operaia deve poter crescere in conoscenza, competenze, emancipazione e non da lavori che fanno ammalare ed i lavoratori in primis devono avere garantito il diritto alla salute e alle cure più avanzate. I sindacati, inserendo assicurazioni sanitarie private tra i benefit in una sorta di salario differito sapevano di indebolire così il servizio sanitario pubblico?

La politica deve essere al servizio della vita delle persone, non danneggiarla.

Oggi Cornigliano nei numeri non è paragonabile a Taranto in questa battaglia perché i circa mille lavoratori da ricollocare oggi a Genova non sono paragonabili agli oltre 7.900 dipendenti dello stabilimento di Taranto, dei quali più di 5.700 sono già stati posti in cassa integrazione e rischiano il lavoro nel contesto attuale.

E allora viene spontanea una domanda: <Perché non investire in opere sanitarie all’avanguardia che rendano la Liguria una regione capace di attrarre pazienti, invece di perderli?> Solo così potremmo generare più ricchezza, creare nuovi posti di lavoro qualificati e offrire ai cittadini una qualità della vita nettamente migliore.

Se vedemmu

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