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Genova, riflessioni il giorno dopo lo sblocco della città e la pedagogia sbagliata della politica. Ovvero l’istituzionalizzazione della violenza.

Fuochi, legni bruciati e un forte odore di alcol davanti alla stazione di Genova Cornigliano. Un gruppo di persone, agitate e arrabbiate, urla che “i celerini non servono” e decide di bloccare la città. Si spostano verso l’aeroporto, dove tamburellano con i caschi gialli sui vetri, poi raggiungono il ponte Morandi: lì fermano un camionista, gli aprono la portiera e lo minacciano tra urla, bestemmie e intimidazioni.

Il gruppo appare compatto: si abbracciano, accendono raudi, mostrano di essere un gruppo obbediente a pochi capi: “Si fa come dico io” tuona uno di questi. Una struttura gerarchica politicizzata non interessata al dialogo ma solo al raggiungimento di uno scopo. Arrivano persino a bloccare Brignole nell’ora di punta, tra studenti e genitori spaventati. Da giorni paralizzano la città: accendono fuochi, insultano chiunque e, peggio, aggrediscono chi non si schiera con loro. La loro logica è semplice e brutale: “o con noi o contro di noi”. Un bullismo politico, mentre le istituzioni, incredibilmente, continuano a cercare con loro un dialogo.

Qualche mese prima, quando alcuni studenti avevano provato pacificamente a scioperare davanti alle scuole con un cartello, la polizia era intervenuta con irruenza. Lo ricordiamo tutti, come ricordiamo il G8 e ciò che da allora sappiamo essere possibile. Quando qualcuno chiedeva perché un adolescente non potesse esprimere la propria opinione, la risposta era sempre la stessa.

Dal 5 giugno 2025, con la conversione in legge del Decreto Sicurezza (D.L. 48/2025), chi blocca una strada o una ferrovia commette reato. Anche da solo, anche pacificamente. Pena fino a 30 giorni di reclusione o multa fino a 300 euro. Se sono più persone, la pena arriva a due anni.

Se questa è la norma, viene spontaneo chiedersi:quale sarà la pena per chi usa raudi, intimidazioni e violenza sistematica?

Oggi sappiamo perfino che questo gruppo ha picchiato rappresentanti di altre sigle sindacali. È l’ennesima conferma di come stiano imponendo la loro presenza con la forza, zittendo giovani, anziani, lavoratori e chiunque provi ad avere una voce diversa. Non sembrano un movimento politico: ricordano più un gruppo da stadio, consapevole del proprio potere muscolare.

Eppure una certa sinistra malinconica ha cambiato rapidamente la narrazione: “poveri operai”, “ai miei tempi…”.  Il lavoro va difeso, certo. Ma anche la dignità del lavoro. E non si può difendere la dignità di alcuni togliendola ad altri, specialmente a chi cerca di opporsi alla logica che vuole il lavoro sempre inquinante, pericoloso e confinato vicino alle case nella logica di una presunta “vocazione siderurgica” di un quartiere per cui la classe operaia deve rimanere esattamente dove è sempre stata che equivale ad una condanna a vita di un territorio nel momento della sua sofferta riqualificazione.

Un potere concesso a pochi, che ricorda gli errori del passato. Pochi uomini stanno acquisendo un potere crescente semplicemente perché la politica ha scelto di ascoltare solo loro. Questa attenzione selettiva finisce per legittimare i loro metodi e le loro azioni, e richiama alla memoria dinamiche che somigliano ai movimenti dei fasci del 1919: gruppi piccoli ma aggressivi, resi influenti dal silenzio o dall’accondiscendenza delle istituzioni.

La protesta per il lavoro e per la salute è pienamente legittima ma le proteste sono legittime ogni volta che vengono lesi i diritti della popolazione? La violenza, sempre, in qualunque forma, deve essere condannata, perché non può diventare uno strumento politico, né un mezzo accettabile per ottenere ascolto. La pedagogia politica del cattivo esempio e qui che arriva l’amarezza più grande. Ci spiace che le istituzioni abbiano cercato un dialogo solo con loro creando un pericoloso precedente.

Sono riusciti a risolvere le loro richieste, e va bene, ma permettendo a questo gruppo di educare la città alla violenza. Hanno insegnato, nei fatti, che urlare, intimidire e bloccare tutto è un metodo efficace e così sorge una domanda inevitabile: se a Genova vogliamo un ospedale moderno, efficiente, magari agli Erzelli, dobbiamo prendere ferie e bloccare la città finché non ce lo costruiscono?

È davvero questo il modello che si sta legittimando? Di chi ottiene qualcosa solo alzando la voce e spaventando gli altri mentre chi protesta in modo civile viene ignorato, marginalizzato, o persino trattato da problema?

La politica dovrebbe essere educazione, pedagogia del dialogo con tutti.

È inutile proporre “educazione sessuo-affettiva” nelle scuole se poi, nella pratica, si ascoltano solo i gruppi più aggressivi e si ignorano quelli che difendono ambiente, salute e lavoro anche per i figli di tutti.

Se vedemmu

4 Comments

4 Comments

  1. El Morisco

    06/12/2025 at 11:02 AM

    Condivido la paura dei lavoratori e il disagio subito dai corniglianesi, ma condivido pienamente anche quei sindacalisti che condannano le violenze. Una minoranza violenta non può dirigere gli interessi dei lavoratori.

  2. Luca Pretazzini

    06/12/2025 at 1:06 PM

    Bene, siete riusciti a scrivere davvero un comunicato terribile, che usa qualunque mezzo per delegittimare gli operai fino a usare leggi liberticide a dimostrazione della violenza degli operai e solo perché cercate di mettere le vostre questioni avanti a quelle dei lavoratori. Definite violenti gli operai per aver tirato due petardi e rimosso le grate che dovevano essere abbattute 25 anni fa, senza nemmeno contestualizzare gli eventi in un paese in un contesto sociale ed economico, e fate l eco a un governo becero e suoi accolti che di fronte alla difesa di un diritto parlano della non difesa di altri diritti e bene una cosa l avete detta giusta, in questo sistema se vuoi un ospedale, se hai bisogno di avere soddisfatta una richiesta giusta e legittima devi organizzarti e bloccare le strade, devi creare problemi di ordine pubblico solo su una cosa ti sbagli, chi lo fa è nel giusto anche se compie qualcosa di illegale, è così che il mondo si è evoluto e chi ciancia sulla gravità degli episodi è in malafede e sta attaccando I Lavoratori perché non ha la capacità di fare come loro e attaccare chi ha più potere, che governa nazione regione è anche il comune. Avete toccato il fondo con questo comunicato. Davvero pessimo. Se Cornigliano vuole mantenere il risultato delle lotte ambientali deve sostenere i lavoratori non chi vuole chiudere l azienda. Le due cose non sono incompatibili anzi sono entrambenecessarie.

    • ilcornigiotto

      06/12/2025 at 2:21 PM

      Il rispetto deve essere reciproco. La solidarietà che chiedono i lavoratori devono guadagnarsela rispettando un quartiere che ha sofferto molto per oltre mezzo secolo di difficile convivenza con una fabbrica altamente inquinante e che, memori di passato da dimenticare, siamo consapevoli che dobbiamo comunque difendere. Non leggo da nessuna parte di persone che siano contro il proseguo delle lavorazioni a freddo e di un loro eventuale implemento leggiamo invece di fautori del ritorno della lavorazione caldo (fuori legge) che si affidano alla pseudo scienza di interessati imprenditori ai quali poco importa se il lavoro sporco dovrà farlo Taranto o altri, contano solo loro.

    • Giovanna

      06/12/2025 at 5:24 PM

      Cornigliano dice basta .
      Io quando parlo di Cornigliano parlo del mare della luce chiara del sole ….mia figlia di 60 anno parla solo di fumo nero 🖤 e rosso
      ……BASTA BASTA BASTA

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