Questo non significa che bisogna appoggiare ogni forma di protesta, né identificare senza alcun discernimento un unico soggetto interlocutore che, occupando uno spazio in un determinato momento, afferma di parlare a nome di tutti.
Nei giorni scorsi, a Genova Cornigliano, si è verificata un’importante manifestazione da parte di alcuni operai ex ILVA che ha di fatto bloccato la città. Tuttavia una parte consistente della cittadinanza del Ponente, che è anch’essa classe operaia e proletariato urbano, non si è riconosciuta in quella mobilitazione dove a schierarsi apertamente sono stati soprattutto coloro che già aderiscono a forze politiche o sindacali che rivendicano di rappresentare i “deboli”.
Si pone allora una domanda inevitabile: gli operai che hanno occupato un territorio urbano, generando timori e chiusura nei confronti di chi immagina un futuro diverso per Cornigliano e per la città, rappresentano davvero l’intera classe operaia o rappresentano piuttosto un gruppo organizzato, riconoscibile per appartenenza sindacale o politica, che agisce come soggetto autonomo separato dalla cittadinanza nel suo insieme?
La messa in scena della protesta, il linguaggio, le modalità, l’uniformità visiva delle divise, i simboli riconducibili a un preciso soggetto, non restituiva l’immagine di una pluralità sociale, ma piuttosto quella di un vero e proprio apparato.
Ed è proprio su questo punto che la riflessione di Pier Paolo Pasolini appare oggi drammaticamente attuale. Pasolini denunciava il rischio che i sindacati, nati come strumenti di tutela, si trasformassero in istituzioni integrate nel potere, più attente alla conservazione dell’esistente che alla liberazione reale delle persone. In questa prospettiva, il lavoro viene difeso anche quando è nocivo, inquinante, mortifero e l’operaio (consapevolmente o inconsapevolmente) viene ridotto a produttore-consumatore, non riconosciuto come essere umano inserito in un contesto sociale, ambientale e sanitario.
La narrazione retorica della politica che attribuisce a Cornigliano una presunta “VOCAZIONE SIDERURGICA” è, in questo senso, pericolosa perché contiene l’idea che un territorio e chi ci vive e lavora, debbano rimanere subalterni, magari con una retribuzione più stabile rispetto alla precarietà diffusa, ma al prezzo della salute, dell’ambiente e della possibilità di immaginare per quel territorio un futuro diverso, è una logica che tutela pochi apparati dirigenti e burocratici, mentre chiede a molti di sacrificare il proprio corpo, il proprio quartiere e il futuro dI TUTTI i genovesi costretti ad emigrare se vogliono un lavoro diverso.
Pasolini parlerebbe qui di un nuovo dominio, non più fondato solo sulla repressione, ma sull’adesione forzata a un modello di sviluppo presentato come inevitabile, mentre in realtà è solo conveniente per alcuni.
La nostra cultura affonda le radici tanto nel pensiero cattolico quanto in quello marxista, ma rifiutiamo una lettura cinica del principio secondo cui “il fine giustifica i mezzi”. Esiste un limite etico che non può essere superato: non si può costruire giustizia sociale producendo paura, malattia e morte in altri lavoratori e cittadini.
È significativo che le istituzioni si siano mosse rapidamente per ascoltare pochi operai arrabbiati, mentre da anni ignorano la voce della cittadinanza del Ponente, anch’essa operaia e proletaria, che chiede semplicemente di non continuare a morire di inquinamento. I corniglianesi, attraverso i loro Comitati, hanno chiesto con forza a Comune e Regione dati sanitari dettagliati, divisi per zone e patologie, senza ottenere risposte.
Eppure sappiamo che oggi le morti e le malattie legate all’inquinamento a Genova, e in modo particolare a Cornigliano, superano il numero dei lavoratori che potrebbero essere riconvertiti, tutelati e accompagnati alla pensione attraverso serie politiche pubbliche.
Siamo stanchi di narrazioni strumentali che appaiono funzionali più a una rappresentazione politica che a una reale soluzione dei problemi che ripropongono produzioni obsolete e inquinanti a ridosso delle abitazioni, utili come vetrina mediatica, destinate però a lasciare tutto immutato o a peggiorare la situazione, come già visto in altri territori.
Ciò che manca è un vero confronto democratico!
La cittadinanza nel suo insieme non viene ascoltata, e passa l’idea pericolosa che l’unico modo per ottenere attenzione sia la minaccia o l’occupazione forzata. Ci rifiutiamo di credere che questo sia l’unico linguaggio possibile e non vogliamo nemmeno credere che le scelte che si prospettano, per Genova come per altrove, rappresentino l’unico futuro immaginabile.
se vedemmu
Pierluigi
19/12/2025 at 10:04 PM
Sì, la “VOCAZIONE SIDERURGICA” di Cornigliano suona come un mantra finalizzato a condizionare la percezione dell’attuale (e passata) situazione di servitù quasi schiavistica.
Si tratta di una “VOCAZIONE” tutt’altro che spontanea; imposta per soddisfare le necessità di altre aree che, evidentemente, quella “VOCAZIONE” non ce l’avevano nè avevano intenzione di essere “convertiti”.
Quindi chi parla di “VOCAZIONE SIDERURGICA” assume un ruolo di collaborazione, di collaborazionista , finalizzato a mantenere Conrnigliano in uno stato di sudditanza che impedisce qualsiasi piano di rinascita economica, ambientale, culturale e sociale.