Il Ministero delle imprese ha fatto sapere che alla scadenza (ulteriore) del secondo avviso per l’aggiudicazione di Acciaierie d’Italia si è confermata la disponibilità di soli due fondi speculativi americani, Bedrock e Flacks Group. Smentita la partecipazione di Arvedi, il cui nome era stato accostato all’ex-Ilva solo in quanto chiamati in causa dal Governo per un’eventuale consulenza per i fantomatici forni elettrici.
Dunque, per quanto il Ministro Urso si ostini a ripetere che l’avviso resta aperto sine die per altri interessati, nessuna impresa siderurgica è interessata alla decadente fabbrica italiana. La situazione per il Governo italiano è disperata e ci sono ottimi motivi per continuare a credere nella chiusura di un mostro industriale in cui non crede assolutamente nessuno, a parte i sindacati.
A dimostrarlo non sono solo i continui appelli del Ministro, ma anche il pressing che il Governo sta facendo in Europa per procrastinare i vincoli legati alle emissioni di CO2, prova provata che l’Italia punta a continuare la produzione siderurgica con l’attuale AIA che autorizza i vecchi altiforni a carbone, sapendo benissimo che per i forni elettrici (il cui impatto ambientale e sanitario non è mai stato verificato) non c’è nessuno disposto a metterci soldi…
I fondi americani in campo per l’acquisizione di AdI, infatti, non sono aziende dell’acciaio, ma fondi il cui scopo precipuo è quello di comprare aziende malmesse, al fine di effettuare piccole migliorie e, soprattutto, grandi tagli al personale, allo scopo di rivenderle a un prezzo maggiore.
Da un nostro approfondimento sulle società coinvolte, siamo anche in grado di dirvi che, di solito, il tempo medio per questa operazione prettamente speculativa, è di quattro anni: nessuna prospettiva industriale, o economica e occupazionale.
La boutade di Flacks Group circa l’intenzione di mantenere 8.500 occupati è legata esclusivamente alla possibilità che lo Stato resti nella compagine societaria per la quota del 40%. Chiedono, cioè, la presenza del partner pubblico per aumentare la forbice speculativa da esercitare al momento della rivendita.
Di questo parliamo: zero affidabilità sui piani di rilancio, men che meno su quelli occupazionali, alla faccia di chi crede ancora che il bene di Taranto e dei lavoratori, coincida con quello della fabbrica.
Lo ripetiamo ancora una volta: la si smetta con questo stillicidio e si accetti il fallimento di un salvataggio impossibile, la si smetta di pensare ancora di sperperare denaro pubblico a perdere e si faccia, per una volta, l’unica cosa giusta: si investa, piuttosto, su Taranto e i tarantini.