C’è qualcosa che si è incrinato.
Non è solo la cronaca nera, non è solo la guerra, non è solo la crisi ma una sensazione più profonda, più difficile da ignorare, mentre l’umanità sembra arretrare. Ogni giorno veniamo raggiunti da notizie così crudeli che la mente, per autodifesa, sceglie di non elaborarle davvero e di accettarle quando solo indignarsi non basterebbe più. E allora si va avanti, si scorre, si dimentica, si giustifica e ci si adegua.
Nel frattempo, mentre tendiamo a normalizzare l’emergenza, stiamo perdendo: empatia, coscienza e capacità critica. Ci stiamo disumanizzando insomma. Ci parlano di guerre e di crisi energetiche come se fossero inevitabili, come se fossero eventi naturali e non il risultato di precise scelte politiche, economiche e industriali. E dentro questa narrazione compare l’idea più inquietante: chiudere le scuole per risparmiare energia. Non è solo una misura tecnica ma una dichiarazione culturale. Chiudere le scuole significa isolare i giovani. Significa interrompere relazioni, impoverire il pensiero critico, rallentare lo sviluppo sociale. Lo abbiamo già visto durante la pandemia: l’istruzione non è solo nozione, è costruzione di cittadinanza.
Chiudere le scuole significa chiudere il futuro.
E mentre si ipotizzano sacrifici sulla pelle delle nuove generazioni, il dibattito politico resta intrappolato in logiche del passato. Il caso dell’ILVA ne è il simbolo perfetto: un impianto energivoro, altamente impattante, che continua a rappresentare un nodo irrisolto tra lavoro, salute e ambiente. La domanda vera non è più tenerla aperta o chiuderla ma perché non riconvertire? Perché non trasformare i lavoratori in tecnici delle energie rinnovabili? Perché non investire seriamente in eolico, solare, infrastrutture sostenibili, soprattutto in un Paese che per posizione geografica potrebbe essere leader naturale in questo settore?
Altrove accade già.
In Spagna, per molte ore al giorno, il sistema energetico riesce a reggersi in larga parte su fonti rinnovabili. Non sono “alternative” sono semplicemente le più naturali tra tutte. Sole e vento non sono innovazioni futuristiche, sono risorse primarie che l’uomo ha semplicemente dimenticato di usare su larga scala. Mentre noi chiediamo ai giovani di spegnere la luce noi continuiamo a difendere modelli industriali del secolo scorso.
Europa: sicurezza o regressione?
In questo scenario già fragile, emergono segnali ancora più inquietanti. Negli ultimi giorni ha fatto discutere una norma in Germania: gli uomini tra i 17 e i 45 anni devono notificare o ottenere un’autorizzazione per soggiorni all’estero superiori ai tre mesi. Attenzione però: non si tratta di un divieto assoluto di lasciare il Paese, né di una misura di “blocco” generalizzato. Il governo ha chiarito che, essendo il servizio militare ancora volontario, l’autorizzazione dovrebbe essere concessa automaticamente nella maggior parte dei casi.
Ma il punto non è solo giuridico. È simbolico.
Per la prima volta dopo anni, nel cuore dell’Europa riemerge l’idea di controllare i movimenti di una fascia di popolazione in funzione di possibili esigenze militari. È il segno di un cambiamento di clima: la sicurezza torna centrale e con essa logiche che credevamo archiviate.
Una generazione sospesa e il risultato è una sua stretta tra crisi sovrapposte: energetica, educativa, economica, geopolitica ma soprattutto crisi di prospettiva. Ecco che sempre più giovani, in tutta Europa, dichiarano di voler lasciare il proprio Paese in cerca di condizioni migliori. Non è solo una questione di lavoro. È una questione di fiducia. Quando una società smette di offrire futuro, i giovani smettono di investirci. Ma il problema non è solo ciò che sta accadendo.
Il vero problema è ciò che NON stiamo facendo perché ciò non accada!
Non stiamo riconvertendo. Non stiamo investendo davvero. Non stiamo proteggendo l’istruzione. Ma soprattutto non stiamo ascoltando chi verrà dopo accettando gli eventi come se fossero inevitabili. Il mondo non sta “perdendo umanità” all’improvviso ma la sta consumando lentamente, ogni volta che sceglie la soluzione più conveniente invece di quella più giusta e umana per il consenso immediato. Ogni volta che considera i giovani un costo e non una risorsa.
La vera emergenza non è energetica, non è economica e nemmeno militare, ma bensì CULTURALE ed è già iniziata