Lettera aperta inviata al Ministro e alla stampa.
Genova, 9 maggio 2026
Scuola, tecnica e pensiero: il vero nodo non è il nome
Illustrissimo Ministro Valditara,
Le scrivo in merito alle Sue proposte di questi ultimi tempi, che avranno un notevole impatto sulla scuola. Il punto non è cambiare il nome ai tecnici o ai professionali. Il punto è capire che direzione stiamo dando alla scuola secondaria.
I nuovi ordinamenti vanno chiaramente verso un modello più orientato al mondo produttivo: più laboratori, più competenze operative, più raccordo con imprese e territorio, più flessibilità curricolare e integrazione con ITS e filiere tecnico-professionali. Non è solo una questione organizzativa: è un cambio di impostazione culturale.
Il rischio è che la scuola venga pensata sempre più come una fase di preparazione al lavoro, quasi un’anticamera del sistema produttivo. Ma se la scuola si riduce a questo, perde la sua funzione più profonda: formare una mente capace di pensare. La questione centrale dovrebbe restare un’altra: la scuola secondaria, qualunque sia l’indirizzo, deve costruire pensiero critico, capacità di argomentare, autonomia nella ricerca, lettura della complessità. Le competenze tecniche sono importanti, ma non possono sostituire questa base.
Qui si apre un punto decisivo. Come ricordava Edgar Morin, serve “una testa ben fatta”, non solo una testa piena. Una mente capace di collegare, comprendere, interpretare. E una mente così, se ha una base solida, può apprendere competenze tecniche anche in tempi relativamente brevi e anche dopo il percorso scolastico. Ma se a 15 anni si riduce il percorso formativo e si enfatizza l’ addestramento operativo, si sottrae tempo proprio a ciò che non è immediatamente sostituibile: la costruzione del pensiero.
Cambiare il nome ai tecnici servirà a ben poco. Serve un cambio di paradigma, che non vedo nelle nuove indicazioni. Non è il tipo di scuola che determina la qualità culturale, ma il progetto educativo che la sostiene. Un laboratorio, un’officina, una cucina possono diventare luoghi di pensiero tanto quanto una lezione di filosofia, se guidati da una didattica che chiede di capire, spiegare, collegare, riflettere.
Il problema non è la tecnica. La tecnica è una forma alta di intelligenza umana. Il problema è quando la scuola viene pensata soprattutto in funzione dell’occupabilità immediata. In quel caso si rischia di ridurre l’educazione a formazione funzionale, invece che a crescita della persona. La scuola dovrebbe restare prima di tutto uno spazio di costruzione della libertà intellettuale. Perché senza quella base, anche la competenza più utile rischia di diventare solo esecuzione.
Con stima.
Daniela Malini
Docente Liceo delle Scienze Umane e attivista per i diritti umani
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