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Genova, la sua rumenta tra termovalorizzatori al mughetto e la realtà. By E. N. Vigo

Arduo incominciare la trattazione dell’argomento, specie se si tratta di Genova, ambiente complesso, con tare culturali vistose a tutti i livelli e in ogni strato sociale, avanguardie velleitarie e frange retrive ogni ragionevole decenza, e poi grande massa grigia svogliata ed indolente. Intanto chiariamo subito una cosa, il decoro urbano lascia a desiderare ed allo standard attuale non fa oggi onore a Genova Genova a torto dai residenti considerata città del nord Italia, perché manifesta costumi indiscutibilmente mediterranei, i mucchi di rumenta sono parte integrante del paesaggio.

Anche se questa realtà non piace a molti (nemmeno a me, lo confesso) perché ferisce il loro orgoglio che per i genovesi è spropositato fino all’irrazionalità, ma quello che abbiamo sotto gli occhi è lì a testimoniare inequivocabilmente il degrado, tragicamente “selfexplanatory”.

L’ impari lotta tra l’azienda di raccolta e smaltimento rifiuti, l’AMIU, per quanto abbia regole di ingaggio, stato dell’arte dei mezzi, gestione, e know-how perfettibili da ritarare, e l’utenza dei cittadini genovesi, platea indisciplinata, spesso arrogante, arcaica ed ineducata, non aiutino a venire fuori dal pasticcio che ammorba la città, il rapporto si deve trasformare in una più stretta collaborazione. Tutto il ciclo del servizio, la gestione e le politiche aziendali vanno rivisitati, servono ritiri più solleciti nelle ben note zone storicamente critiche devono diventare routine quotidiana. Non basta più trincerarsi dietro i problemi del ciclo produttivo, lamentare problemi di stoccaggio e capacità di ricezione dei conferimenti, questi sono i problemi, ma servono invece soluzioni “results not excuses”, e non è più permesso accontentarsi di rimandarle.

Qui potremmo sbizzarrirci a trattare argomenti scabrosi, l’impreparazione rispetto alle nuove tecnologie, la discutibilità dei fini del servizio, la gravità del problema nel suo complesso, ma si tratta sempre di esercizi inutili. Partiamo ora dall’incenerimento dei rifiuti, che a torto viene considerato il fine-ciclo. Peccato che non sia vero e che il residuo di combustione, circa il 30% del conferito-bruciato è “rifiuto speciale” da smaltire a sua volta in discariche apposite a prezzi elevatissimi. E poi anche l’inceneritore più evoluto, quello che gli infingardi dicono che rilascia scarichi al profumo di mughetto, in realtà rilascia nell’ambiente circostante piccole particelle PM10 e PM2,5, quello che i filtri più moderni e sofisticati non riescono a filtrare, oltre a gas combusti vari ed alla CO2. Anche i filtri periodicamente vanno cambiati e sono anch’essi rifiuto speciale come le ceneri.

Precisiamo da subito che la parola “termovalorizzatore” è una dizione-truffa, voluta, cercata, propagandata con infingardaggine. A molti la realtà non piace, preferiscono scivolare sulla definizione oramai diventata di uso comune standard, con la consuetudine linguistica corrente, aderendo alla definizione che ne da l’incolpevole dizionario Treccani, di TERMOVALORIZZATORE. Ma questa impostazione non passava ieri, non passa oggi e non passerà domani all’esame della realtà dei fatti. Qualche diligente studente di “Fisica” potrebbe meglio di me declinare il significato di valorizzazione, e chiarire il concetto che sta dietro al bilancio reale tra la distruzione e la valorizzazione, Altre discipline universitarie (ingegneria) troppo spesso privilegiano la scelta di scorciatoie linguistiche e lessicali e abusano della terminologia facendone un’arma contundente, facendone il manuale di panegirico all’imbonimento.

Ma va bene tutto, sdoganiamo anche loro, d’altra parte sono a buon titolo mescolati nella la nostra platea di utenti con diritto di cittadinanza. la termovalorizzazione quindi è un recupero marginale nel ciclo di fatto distruttivo delle risorse fatte da materie prime, che potrebbero essere recuperate da un ciclo industriale virtuoso. Ma andiamo pure oltre, benché io sia refrattario a processo di incenerimento, calandoci in Genova ed in Liguria dobbiamo fare i conti con lo “state of art” della raccolta e conferimento rifiuti, ben lontana per i prossimi 30 anni da uno standard tecnico ideale e da una crescita culturale collettiva, che traguardi comportamenti più civili dei cittadini, che sono una base essenziale del successo di qualsiasi operazione si voglia intraprendere, che allo stato è pura utopia.

A Genova le trasformazioni, sono lente, oleose, conflittuali, mal viste. E partiamo quindi dalle necessità, i rifiuti ospedalieri (e non sono pochi) vanno inceneriti (termovalorizzati per i più raffinati) per ragioni di sicurezza sanitaria, e di questo me ne sono convinto da tempo. L’impianto di incenerimento, extrema ratio, non deve avere carattere industriale per intuibili ragioni, ma deve essere integrato nel ciclo locale calibrato entro e non oltre alle sue esigenze.

Che occorra accelerare la raccolta differenziata, “ça va sans dire”, il trattamento e la valorizzazione delle materie prime il più possibile sul territorio, evitando il turismo della spazzatura, lo ritengo essere l’unica sana prospettiva di questo problema. La Liguria è un arco di centinaia di km. ed il conferimento in un sol punto, qualsivoglia sia la soluzione prescelta, è una soluzione insensata se partiamo dai poli estremi di Ventimiglia e Sarzana. Ed allora per forza di cose una discarica locale, un inceneritore locale o il conferimento fuori regione devono essere gestiti con raziocinio e flessibilità, tenendo conto dei anche costi di trasporto. Un compattatore, oltre al costo di trasporto, pur trasportando una quantità esigua di merce (rumenta) consuma litri 1 di gasolio ogni 3 km, (una gigantesca generazione di particolato, CO2 e altri gas inquinanti velenosi per l’ambiente la salute). Quindi il budget per una scelta deve tenere conto di tutti i fattori e delle variabili, e non è detto che i conferimenti fuori regione dell’indifferenziata non sia tutto o in parte la miglior soluzione. Inutile fare supposizioni ideologiche pro o contro qualsiasi soluzione venga ritenuta idonea, bisogna solo fare diligentemente i conti economici senza barare, senza imbonire, e senza mentire. Quindi riassumendo, lasciando aperta ogni opzione di ciclo finale (o quasi come abbiamo visto) di smaltimento, bisogna capire dove si va a finire, conti alla mano, vagliando tutti i fattori in gioco, le variabili ed i rischi, e le ipotesi a 360°, in modo laico e senza tare ideologiche di qualsiasi segno. Su Scarpino come luogo dove installare un impianto di pre trattamento o un impianto di incenerimento andrei cauto, la base di appoggio è problematica con limiti di portata in sicurezza misurabili, e occorre capire se sia opportuno costruire qualsiasi tipologia di impianto su quella base.

Certo l’ubicazione è tra le più infelici e l’upgrading della strada militare per Scarpino oggi è indecente, inadeguata ed insicura e deve rientrare nel computo dei costi complessivi, senza barare. Che poi occorra lavorare sulla differenziata e sul porta a porta, diminuendo lo scarto indifferenziato come già accennato, lo dicono la ragione, la tasca ed il buon senso, occorre recuperare materie prime e creare valore prima di distruggerlo. Infine il passo più critico e sottoposto al giudizio dei cittadini utenti e contribuenti, è quello di limitare i costi che impattano sulla TARI, e la cosa non può rimanere nel limbo di decisioni immature, timide o sbagliate, la strada maestra è questa. Dove vorrà andare Genova lo vedremo presto, e questo sarà uno degli esami chiave della nuova giunta Comunale e Metropolitana.

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