Parlando della pretesa riqualificazione del quartiere, abbiamo fatto tutti insieme una carrellata delle centinaia di negozi che una volta riempivano le nostre strade, molte dei quali oggi non ci sono più.
Sicuramente ci sono stati negli ultimi venti/trent’anni tanti cambiamenti sociali: mediamente gli adulti in casa sono costretti a lavorare tutti e si predilige, per comodità, la spesa al supermercato anziché nel negozio di vicinato.
Altrettanto sicuramente, però, ci sono delle responsabilità politiche, posto che non ovunque la chiusura delle attività ha colpito duramente come è accaduto a Cornigliano (e come sta accadendo più recentemente a Sestri).
Responsabilità “nazionali” per l’incapacità di fare fronte a temi come il “caro bollette”, l’aumento dei prezzi delle materie prime etc, ma anche responsabilità locali, per una mancanza di visione a medio-lungo termine.
Dico così perché la chiusura di un negozio di vicinato non porta via solo un’entrata a chi lo apre e stipendi a chi ci lavora, ma toglie un presidio di sicurezza, una saracinesca alzata ed una luce accesa, il passaggio dei clienti.
Parliamo tanto di sicurezza di quartiere, di telecamere (e, per carità, le telecamere sono importanti per controllare angoli di quartiere più sensibili), ma le prime vere telecamere sono i nostri negozianti, che vivono la strada, giorno dopo giorno, dall’alba al tramonto e segnalano in tempo reale cosa non va.
Ma cosa possiamo fare? Sicuramente opporci con fermezza ai mega progetti che vogliono portare attività da fuori (perché solo le catene possono permettersi affitti da 8.000euro/mese per affittare certi spazi).
Poi, cercare di fare in modo che tutti giochino secondo le stesse regole: serve verificare in concreto (e non sulla carta) che tutti i negozianti rispettino le stesse norme: norme sulla sicurezza del lavoro, sulla regolarità contributiva, sull’emissione degli scontrini, sull’igiene e la salute pubblica.
Occorre verificare che anche le ordinanze, come quella c.d. “anti-alcool” vengano rispettate e per fare questo, diciamocelo con chiarezza, serve anche che, oltre ai negozi, vengano mappati e controllati i vari circoli privati che sono spuntati come funghi nel nostro quartiere.
Devo dire, poi, che ho sempre trovato piuttosto contro-intuitivo il fatto di erogare in modo sparso incentivi e finanziamenti per aprire nuove attività, senza ragionare sul fatto che in questo modo si rischia di favorire (e di solito finisce così) l’apertura lampo di attività che durano, quando va bene, il tempo di un bilancio.
È un po’ come dare una borsa di studio prima di veder il voto degli esami, o un premio prima di vedere il risultato.
Considerando che sul quartiere abbiamo negozi effettivamente storici, aperti da ormai diversi anni, potrebbe valere la pena immaginare un incentivo per cui sul territorio già c’è e ha dimostrato la serietà della propria attività, volti a favorire l’apertura di nuove attività o ad implementare quelle esistenti.
Rimane, comunque, un tema di fondo: Cornigliano, oggi, è un quartiere di passaggio.
Fondamentale è trasformare Cornigliano in cui venire per un qualche motivo, in modo tale che i clienti dei ns. negozi siano anche quelli provenienti da fuori (come accade, a Sestri Ponente, a Nervi per i parchi o a Pra post-riqualificazione).
Anche in questo senso, pertanto, sarà fondamentale portare a termine la riqualificazione di Valletta Rio San Pietro e favorirne un utilizzo diffuso. Anche in quest’ottica sarà necessario cercare di impedire la realizzazione del PalaBombrini e lavorare per un utilizzo di quelle aree che non le trasformi in cattedrali a beneficio di tutti tranne che nostro.
Considerazioni banali, forse. Tant’è negli ultimi anni a Palazzo Tursi si è lavorato ostinatamente in direzione contraria.