In evidenza

La mia sul forno elettrico. Di S. De Biase

Ormai sono settimane che parliamo di forno elettrico. Ne ha parlato la FIOM, ne ha parlato Danieli, ne hanno parlato il Ministro Urso, il Presidente Bucci e la Sindaca Salis, ma ne hanno parlato soprattutto i diretti interessati, gli abitanti di Cornigliano.

Sono settimane che, ogni volta che ci incontriamo per strada, subito dopo i saluti iniziamo a parlare del forno elettrico. Lo stesso vale ad ogni chiamata e ad ogni messaggio.

A dire il vero, la situazione non si è per nulla chiarita: esiste un progetto di piano industriale presentato dal Ministro, si sente – come è ormai consuetudine – un totonomi dei possibili investitori interessati, si parla di vendita in blocco dell’intera azienda o di possibili “spezzatini” in varie forme e con varie modalità.

Non si parla, in concreto, di effettive ricadute occupazionali (se non dei non meglio precisati 650 posti di lavoro promessi), nè si comprende se la domanda sarebbe di operai, di tecnici specializzati, di ingegneri o di figure altamente qualificate, sebbene – come è ovvio – gli scenari ed i possibili impatti sociali cambierebbero significativamente a seconda del verificarsi di uno o dell’altro scenario.

Una situazione (volutamente?) nebulosa che, certamente, non aiuta nessuno.

PERO’. C’è un però enorme.

Personalmente, come quasi tutti voi, ho avuto la possibilità di leggere e (cercare di) capire gli svariati studi che esistono in materia di forno elettrico, di immissioni, di impatti ambientali e di rischi sulla salute, relativi sia a Cornigliano che ad altre realtà nazionali e non.

Ho avuto modo di ascoltare il Dott. Valerio Gennaro, di leggere dei lavori fornitimi dal Dott. Celestino Panizza (medico membro dell’Associazione Medici per l’Ambiente), di tradurre, non senza fatica, alcuni stralci di elaborati in inglese (se vi va, cercatevi “to “Effects of ambient PM2.5 and particle-bound metals on the healthy residents living near an electric arc furnace: A community- based study”).

Si tratta di lavori redatti nell’ultimo ventennio e – premetto sin d’ora – non escludo che possano essere non pienamente calzanti rispetto alla valutazione sito-specifica che si potrebbe fare analizzando la tecnologia disponibile nel 2025 che si vorrebbe installare. Mi pare evidente.

D’altro canto, però, ci sono un po’ di considerazioni che posso fare:

1) gli unici elementi di tenore opposto ad oggi sono quelli raccontati da chi il forno elettrico lo vende;

2) anche i testi meno critici sul forno elettrico specificano che il minore impatto ambientale rispetto alle vecchie tecnologie presuppone comunque l’adozione di una serie di presidi che devono funzionare sempre alla perfezione e che devono essere ottimamente e tempestivamente manutenuti (in assenza dei quali gli impatti sarebbero davvero gravi, anche in caso di guasti e malfunzionamenti provvisori);

3) Cornigliano non è Taranto: se è in qualche modo vero che la decarbonizzazione porterebbe a Taranto un miglioramento della situazione attuale (nessuno si sogna di dire che un altoforno degli anni ’70 ed un forno elettrico attuale siano equivalenti), è altrettanto vero che a Cornigliano l’attività “a caldo” è finita 20 anni fa. Basti guardare le curve statistiche dei decessi per malattie oncologiche a Taranto, Genova ed in Italia nell’ultimo ventennio per scoprire che la chiusura dell’attività a caldo ha portato a Genova (e, quindi, a Cornigliano) un abbassamento del numero di decessi, a fronte di una lieve crescita sul territorio nazionale e di un (purtroppo) aumento esponenziale a Taranto;

4) Cornigliano è comunque un’area sensibile, come risulta dal fatto che – nonostante siano passati vent’anni (e, come detto, si muoia e ci si ammali meno di prima) – a Cornigliano ci si ammala e si muore comunque di più che in altri quartieri della città;

5) anche limitandoci ai freddi, oggettivi dati economici, secondo Forbes “In Italia l’elettricità continua a costare più che in Spagna, Francia e Germania: nel 2024 il prezzo medio era di 108 euro per megawattora, contro i 63 spagnoli e i 58 francesi”, a causa “della forte dipendenza dal gas, che copre circa metà della nostra produzione elettrica e rende il prezzo della corrente legato a quello del gas”: il che vuole banalmente dire che produrre acciaio in Italia (senza utilizzare il gas come fonte preminente) costa praticamente il doppio che in Francia, per non parlare di India, Cina, Russia, Stati Uniti o dei paesi che dispongono di gas. Come potrebbe essere competitivo sul mercato?

6) la riattivazione delle lavorazioni a caldo porterebbe, anche nel migliore dei casi, una forte svalutazione del mercato immobiliare, in un quartiere con un reddito pro-capite mediamente più basso che in altri quartieri.

A queste condizioni, pertanto, non posso che dire seccamente NO al forno elettrico.

È un NO perché le conseguenze delle scempiaggini passate le ho vissute in prima persona (ahimè), perché le ha vissute mio padre (con un esito, purtroppo, definitivo), perché conosco praticamente una per una le 165 persone che due mesi fa hanno deciso di darmi la loro fiducia e so cosa pensano.

È un NO perché il mio quartiere si è espresso in massa, come non faceva da anni. È un NO perché non saremmo comprensibilmente in grado di affrontare anche questo problema, in mezzo a quelli in cui ci barcameniamo da decenni.

È un NO per il quale mi spenderò, con l’auspicio e l’intento che i risultati vengano perseguiti in modo unitario con il solo fine della tutela del territorio e della comunità che la abita, senza inutili personalisimi e ostracismi.

Anche perché, a ben vedere, ad oggi la posizione del “no”, quella del “si” e quella del “vediamo”, pur partendo da punti di vista diversi, non arrivano a conclusioni così lontane tra loro: tutte, infatti, garantiscono (almeno teoricamente) il fatto che la salute non possa recedere al lavoro.

Se davvero sarà così per tutti, troveremo non solo una sintesi, ma anche la giusta quadra per fare in modo che quei quasi due milioni di metri quadri garantiscano lavoro, salute, spazi verdi e spazi associativi e che la riqualificazione di cui si parla sulla carta da vent’anni diventi qualcosa di concreto.

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I più letti

To Top