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Quando svendere le persone diventa uno sport di professione. By M. Macrì

Parlare di ILVA (ex Italsider) mi fa venire un crampo allo stomaco.

Non è solo una questione personale — mio nonno, mio padre e mio zio ci hanno passato una vita dentro — ma una questione morale.

Ricordo le colonie estive in montagna, quelle che i figli della classe operaia potevano permettersi grazie a quell’industria. Sembrava un “premio”. Ma a che costo?

Amianto, agenti chimici, malattie croniche, invalidanti. Una generazione sacrificata in nome del profitto.

Intere famiglie devastate, come i quartieri che ancora oggi portano i segni di una ferita mai guarita.

E oggi? Si torna a parlare di riaprire con un forno elettrico. Come se cambiare il tipo di forno bastasse a cambiare la storia. Ma intorno a quell’area ci sono ancora bambini, anziani, malati oncologici e persone che vivono in condizioni ambientali inaccettabili.

Davvero il valore economico deve venire prima della salute pubblica?

Davvero le vite umane valgono meno di una produzione industriale?

Ci riempiamo la bocca con parole come “innovazione”, “intelligenza artificiale”, “transizione ecologica”… ma restiamo ignoranti dove conta davvero: nel rispetto della vita.

Questa non è evoluzione. È solo un’altra forma di indifferenza travestita da progresso

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@inprimopiano

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