Vorrei scrivervi che è una mia impressione, ma in realtà è una certezza.
Siamo scivolati, quasi senza accorgercene, in una trappola sottile: quella che ci vede frammentati, isole distanti in un mare in tempesta, intenti a contenderci i resti di un benessere che sta svanendo piano piano per chiunque.
È doloroso ammetterlo, ma pare che l’obiettivo di chi muove i fili sia stato raggiunto: creare una frattura tra noi, spingendoci a una guerra tra poveri per accaparrarci delle risorse sempre più esigue.
Tutto questo accade dopo decenni in cui avremmo potuto costruire argini solidi, ma l’ignavia, la mancanza di coraggio, l’opportunismo di chi poteva fare, hanno prevalso, lasciandoci oggi in una condizione di smarrimento collettivo.
Viviamo in un’epoca complessa.
Il mondo professionale sembra affacciarsi su un baratro di inquietudine: l’automazione avanza rapidamente, ridisegnando i confini dell’impiego; la globalizzazione, gestita senza le dovute cautele, ha reso tutto più instabile; e troppo spesso ci scontriamo con una classe dirigente priva di quella lungimiranza necessaria per tracciare rotte sicure.
Le scelte miopi e la carenza di protezioni reali ci hanno resi vulnerabili, generando un carico di stress e ansia che permea le nostre giornate. E, in questo drammatico scenario, assistiamo a un paradosso straziante. Vediamo proteste che si scontrano con altre forme di dissenso, in un vortice di rabbia mal indirizzata.
Ognuno è talmente assorbito dalle proprie afflizioni da non vedere il danno arrecato al prossimo, ottenendo spesso solo soluzioni tampone, effimere toppe che non risolvono le criticità strutturali.
Manca una visione d’insieme, un’architettura progettuale che miri a un progresso autentico e duraturo per la comunità.
È come cercare di fermare il vento con le mani: non funziona, e ci lascia esausti. Vorrei invitare tutti a una riflessione sulla natura sacra della rivendicazione.
L’astensione dal lavoro è un pilastro della nostra libertà, sancito dalla Carta fondamentale per tutelare la dignità umana contro le ingiustizie.
È uno scudo prezioso.
Tuttavia, non va confuso con il scendere in piazza per esprimere un’opinione. Quando trasformiamo la lotta in un blocco selvaggio, paralizzando i servizi essenziali e colpendo chi cerca solo di raggiungere il proprio ufficio o la propria casa o un istituto sanitario, rischiamo di svuotare di senso lo strumento stesso della protesta.
Colpire oltremodo e per lungo tempo il cittadino, il pendolare, lo studente, non rafforza la causa; ne mina la credibilità. Che si tratti di invocare tutale, pretendere diritti, gridare il proprio desiderio di pace o giustizia, senza tenere in ostaggio la città o il Paese.
Rispettare certi confini significa onorare l’essenza stessa della democrazia. Nonostante tutte queste ombre, sono convinto che ci sia ancora spazio per la luce.
Nuove possibilità nascono, competenze diverse prendono forma, relazioni più consapevoli emergono. L’evoluzione è faticosa, certo, ma non sterile come oggi e ha bisogno di coraggio, tanto coraggio, responsabilità e dialogo. Ha bisogno di noi.
Per questo vi abbraccio idealmente e vi invito, con la sincerità che si usa tra persone che si vogliono bene, a non arrenderci alla sfiducia.
Guardiamo oltre le divisioni.
Proviamo a immaginare un cammino comune che rimetta al centro la persona, la sua storia, il suo talento, la sua fatica quotidiana. Sta a noi, con intelligenza ed empatia, ricucire lo strappo, rifiutando di essere pedine di un gioco al massacro e tornando a essere costruttori di un futuro condiviso.
Solo così potremo evitare che il mondo del lavoro scivoli definitivamente nel baratro del disagio e della disumanizzazione.
È un compito enorme, sì; ma è anche l’unico che valga davvero la pena di affrontare insieme.
Forza&Coraggio
(da FB)