Giro giro tondo: il mondo che casca e il pensiero che manca
Una filastrocca dell’infanzia che oggi suona come un ritratto amaro del nostro tempo. Ci eravamo illusi che la pace conquistata dai nostri nonni fosse un bene solido, una condizione naturale della società civile. Invece, proprio gli anni di pace sono diventati una trappola: hanno generato un vuoto di pensiero, di visione, di progettualità. Hanno consegnato le istituzioni a chi, spesso, più che servire la comunità cercava una via d’uscita dalla disoccupazione o una comoda continuità familiare.
La politica, un tempo arte della polis, esercizio di sacrificio e responsabilità collettiva, si è trasformata in mestiere individuale. Lo spirito civico è diventato una parola di repertorio e non più una pratica quotidiana. E così il Paese, invece di avanzare verso una civiltà più equa, democratica e moderna, sembra scivolare indietro.
Ospedali improvvisati e fabbriche del passato: sintomi di un sistema malato. Leggiamo di ospedali affidati a cooperative improvvisate, dove medici e infermieri vengono gettati in reparto per poche lire, senza formazione, senza tutela, senza strumenti. Professionisti talmente stranieri da non poter nemmeno tradurre un bugiardino, e che si trovano a gestire vite umane in un sistema pubblico che non riesce più a trattenere professionisti qualificati.
Nel frattempo c’è chi vorrebbe riattivare produzioni obsolete, persino fornaci in grado di emettere diossine e fumi tossici, magari piazzate a pochi passi dalle case. Abitati che un giorno verranno popolati da persone ignare del prezzo da pagare: un futuro scritto in malattie e degrado.
È davvero possibile che non riusciamo a immaginare un mondo diverso?
Il ruolo smarrito dei sindacati e un mondo del lavoro che non evolversi. I sindacati, tutti, avrebbero dovuto essere non solo mediatori, ma anche promotori di nuove forme di lavoro, di transizioni, di cultura. Non traghettare la classe operaia in un paradiso inesistente, ma accompagnarla verso mestieri nuovi, competenze nuove, dignità rinnovata. Invece, la prospettiva sembra quella di esportare manodopera a basso costo, produrre armi, ricreare eserciti: un salto indietro travestito da sviluppo.
La domanda che non facciamo più: perché non cambiamo? Perché un paese piccolo ma ricco di cultura non può immaginare una politica coraggiosa? Perché non scegliere la neutralità? Perché non detassare, non seguire le nazioni che hanno trovato un modello di equilibrio e benessere? Perché non investire davvero nelle energie alternative, nella creatività dei giovani, nella scienza che ogni giorno apre possibilità nuove?
Oggi tutto esiste, tutto è possibile: ma per pochi. La corsa della politica non è più verso l’inclusione, ma verso il privilegio. L’obiettivo non è più portare tutti dentro il futuro, ma assicurarsi un posto tra i pochi privilegiati che potranno goderne.
Manca il pensiero. Manca la capacità di visione. Anche davanti alle scoperte scientifiche, come un farmaco in grado di rallentare il decadimento del fegato, la domanda è sempre la stessa: quanti potranno permetterselo?
Una regione sospesa e un futuro che sembra dissolversi
Viviamo in una regione affacciata sul mare, nevrotica come una metropoli nel ritmo quotidiano, e lenta nel progresso come un paese dimenticato del Sud del mondo. Un luogo dove immaginare il futuro diventa ogni giorno più difficile, quasi impossibile.
E allora torna la filastrocca: giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra e tutti fan la guerra. Una canzone di bambini che oggi diventa un grido degli adulti.
Come mai?
Perché non abbiamo più la forza o il coraggio di immaginare qualcosa di diverso. Ma non è destino: è solo un vuoto che aspetta di essere colmato dal pensiero, dalla responsabilità e dalla volontà di cambiare davvero.
