Un investitore chiede allo Stato italiano di entrare come partner al 40% nell’affare ex Ilva.
Non chiede il consenso dei cittadini, non chiede un mandato popolare, non chiede se un’intera città sia disposta a continuare a pagare con la proprie vite. Chiede fondi pubblici. E li ottiene in nome dell’interesse nazionale. La sua idea di siderurgia del futuro è chiara: produzione dentro i quartieri, a ridosso delle case, con un bilancio di malattie e morti che ormai viene archiviato come “effetto collaterale”.
Ma non allarmiamoci: la produzione crescerà. E quando cresce la produzione, la democrazia diventa un dettaglio superfluo. Ai sindacati viene lasciato uno spazio simbolico, utile solo a certificare che il confronto è avvenuto. Nessun potere reale, nessuna possibilità di scelta. L’obiettivo dichiarato è nobile: aumentare l’acciaio e decarbonizzare Taranto.
Peccato che Cornigliano sia già decarbonizzata, e che proprio lì si sappia bene che i forni elettrici producono diossina. Una verità scomoda, che infatti non si vuole raccontare. Meglio parlare di transizione, senza entrare nei dettagli.
Il contesto internazionale fa il resto.
Guerra permanente, Russia trasformata nel nemico utile, competizione con la Cina: il copione perfetto per ripetere che non c’è alternativa. Bisogna produrre acciaio, non per migliorare la vita delle persone, ma per alimentare l’industria bellica e tecnologica, quella che vive solo se il conflitto non finisce mai. Nel frattempo abbiamo accettato l’assurdo come normalità: continuare a comprare gas russo, ma più caro. Non direttamente, ovviamente. Serve un intermediario che ci guadagni. Questa viene chiamata strategia energetica, senza che nessuno l’abbia mai votata.
La transizione ecologica si riduce a una messinscena: rigassificatori galleggianti, camini che fumano, impianti potenzialmente esplosivi piazzati davanti alle coste. Tutto deciso dall’alto, tutto imposto. Ai territori resta solo il dovere di adattarsi e ringraziare. Destra e sinistra, quando si parla di acciaio, diventano indistinguibili. Parlano di manifattura, di competitività, di garanzie per le imprese. Non parlano mai di dove produrre, come produrre, se produrre. Perché queste domande presuppongono democrazia.
È molto più semplice, infatti, privatizzare la sanità e costruire impianti che regalano malattie e morte, modificando persino l’epigenetica di chi ci vive intorno. I costi vengono scaricati interamente sulle persone, oppure sulle aziende che, con grande generosità, offriranno pacchetti welfare: assicurazioni private fantastiche, utili a curare le patologie causate proprio dal lavoro e dall’ambiente in cui si è costretti a vivere.
Così funziona il modello: prima ti ammali, poi ti assicuri.
Intanto la sanità pubblica si svuota, i pronto soccorso diventano a pagamento di fatto, i medici sono introvabili, il mare è inagibile, l’aria irrespirabile. E tutto questo viene chiamato sviluppo.
È davvero questo il futuro che vogliamo per i nostri figli?
Lavori usuranti, vite passate accanto a fabbriche tossiche, quartieri sacrificabili, mari compromessi, diritto alla cura sostituito da una polizza assicurativa. Un lavoro che dovrebbe nobilitare, ma che invece ammala. Una società che chiama progresso ciò che, semplicemente, ha smesso di essere civile.
Il tutto dentro una crescente cultura della guerra, che normalizza il sacrificio dei territori, delle persone e della democrazia stessa, trasformando la distruzione in necessità e la sofferenza in prezzo inevitabile da pagare.
