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Ex Ilva, Cornigliano e Taranto meritano soluzioni alternative rispetto a quelle prospettate fino ad oggi. By E.N. Vigo

Il destino delle Aree di Cornigliano non riguarda solo strettamente la città, i suoi vizi, le sue aspirazioni, i suoi disagi, le sue sconfitte e i suoi traguardi, va oltre. Cornigliano ha avuto un ruolo importante come Centro Siderurgico nella galassia IRI-Finsider ILVA, peraltro articolato su due tipologie di produzione: una a Campi (frazione di Cornigliano sul Polcevera, con raffinatissimi “getti e fucinati” di alta precisione e al top della qualità mondiale tra i leader storici di Europa ed USA, la ex-SIAC, e poi la colmata di Cornigliano riassumibili nella ex-Italsider, risultato evolutivo da varie configurazioni da quelle originarie) nato giù prima della guerra con l’idea di dirigenti d’alta scuola come Sinigaglia e Rocca, di cui è stata l’idea di realizzare un Centro Siderurgico completo a partire dal minerale per arrivare ai semilavorati (coils) e ai prodotti finiti a freddo (banda stagnata e latta), impianti abbozzati prima della guerra e, miracolosamente in parte preservati dai saccheggi dei tedeschi e poi col piano Marshall completati e potenziati con tecnologia americana.

L’unità di Campi è stata dismessa per varie ragioni, non solo ambientali, per offrire poi spazi al “terziario” e sanare una ferita occupazionale diversificando l’uso del territorio, l’area di Cornigliano, con varie vicissitudini, di politica internazionale prima e d economico-sociali poi, ha subito la chiusura del ciclo a caldo, con promesse mai mantenute da nessuno (Accordo di Programma).

Tagliamo corto ed arriviamo ad oggi. Solo pochi conoscono i numeri veri di Cornigliano, se con la sua produzione a freddo arriva o no a break-even, prima ancora di guadagnare, nella configurazione “Accordo di Programma”, nella configurazione “Riva” e di quella infausta “Arcelor Mittal”, che ne ha accelerato il degrado impiantistico, tecnico e commerciale (tanto che il Ministero sta istruendo una richiesta miliardaria di danni). Pochi conoscono la verità e si guardano bene dal divulgarla, per fare ognuno le proprie politiche e alimentare le proprie finalità indisturbati da occhi indiscreti e qui già si capisce che c’è potenzialmente la voglia di barare nel gioco. Ma tralasciamo anche questo capitolo, che per importanza meriterebbe una approfondita trattazione ad hoc. Oggi nel pieno della crisi ILVA, altro capitolo che meriterebbe una lunga trattazione, la foto di Cornigliano si può riassumere in questo modo: la crisi di Taranto , le incertezze che riguardano i numerosi vincoli, per l’ostilità politica locale, i problemi ambientali, l’alto costo della riconversione produttiva, la spada di Damocle della Magistratura, tra sequestri di impianti e minacce di nazioni penali e i9infine la mancanza di un socio industriale sano nelle intenzioni, ben strutturato tecnicamente e commercialmente, di solida capacità economica, fanno di Taranto un incubo, che merita soluzioni alternative rispetto a quelle prospettate fino ad oggi.

Per Cornigliano (e Novi Ligure) la salvezza è lo scorporo dal Gruppo, la vendita a un nuovo azionista privato, accompagnato da una quota di partecipazione di CDP (golden share), e nuova vita. E qui arriviamo al nocciolo della questione, le smisurate aree di Cornigliano, in parte troppo ridondanti, con il meccanismo della concessione (demanio aero-portuale), quale migliore impiego possono avere? In primis la realizzazione dell’Accordo di Programma, con la quota occupati a regime, impianti rinnovati, produzioni pregiate a freddo rilanciate, acquisti di semilavorati (coils a caldo) diversificate: Taranto, Fos, ed altri produttori internazionali.

Questa l’unica strada possibile per evitare la chiusura a catena del Gruppo ILVA. Per gestire al meglio questa opzione industriale e primaria vocazione delle aree, occorre individuare il nuovo gestore-azionista e mettere nero su bianco obiettivi e tempi di messa a regime delle intenzioni all’atto dell’acquisto. Solo in questo modo si saprà quali aree saranno effettivamente disponibili sulla base del re-engineering industriale, per poi gestire la meglio le dismissioni e mettere a miglior profitto spazi oggi degradati allo spreco.

Ed allora si apre la battaglia in corso per mettere le mani su quelle aree, i “Bravi” manzoniani nostrani, in primis gli operatori del porto, esperti olimpionici di “tiro della giacchetta” con interferenze pesanti (complicità) con la politica locale e la tendenza a fare scorpacciate di favori e denari pubblici, un mondo impermeabile alla concorrenza che vorrebbe fare incetta. Siamo ad un bivio, intanto Genova non può rinunciare ad una fetta rilevate di industria in città, oltre al futuro ancora incerto delle seconde lavorazioni di Cornigliano, quella attività diversificata che può dare un apporto di addetti per ettaro maggiore, una qualità dell’occupazione elevata, e una diversificazione rispetto alla monocultura-porto, mettendo al sicuro l’economia cittadina ed i suoi equilibri con un mix economico con comparti che hanno cicli economici diversi.

Certo l’industria ideale per Genova sarebbe quella dell’assemblaggio, potendo garantire una logistica di eccellenza, purché fatta su volumi considerevoli, perché occorre un resetting dell’ l’offerta della logistica “inland”, che oggi arranca e non è assolutamente al massimo dell’efficienza economica. E non parlo solo dell’isolamento infrastrutturale, ma del ruolo marginale nella logistica “inland” ,che riserva a Genova costi più elevati rispetto all’area lombardo-emiliano-veneta, al top nel Nord Italia. Se poi c’è spazio per attività portuali a valore aggiunto ben vengano, purché che non siano l’avvilente destinazione a deposito di pile grottesche container vuoti la cui migliore ubicazione è oltre appennino, per ragioni che caparbiamente gli operatori nostrani non vogliono prendere in considerazioni dallo loro tetre botteghe.

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